sabato 11 dicembre 2010

Coi piedi nell’acqua e la testa sui libri_ di Nicolò Pisani


Basterebbero studio, memoria e rispetto della natura per evitare alle alluvioni di trasformarsi in disastri


“io amo la pioggia. Sciaqua le memorie dal marciapiede della vita” dichiarava Woody Allen in “Provaci ancora Sam”.
50 cm d’acqua caduti in due giorni, 130 comuni colpiti (abitati complessivamente da mezzo milione di persone), tre morti, ecatombe del bestiame e danni per un miliardo di euro. Sono gli spaventosi dati “emersi” dal periodo post-esondazione in Veneto.
Rivolgendo quell’ironia a chi specula su questi eventi, sentiamo dunque la voce illuminante del dottor Fabio Ietto, Ricercatore del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università della Calabria.
Quanto contano la mano dell’uomo e quella della Natura in questo disastro?
La cattiva gestione del territorio è preponderante rispetto alle cause naturali: non solo si vanno a costruire immobili sulle aree golenali (le zone dove i corsi d’acqua esondano normalmente), ma non siamo neanche abbastanza accorti nel fare manutenzione costante e rigorosa. Basterebbero 4 miliardi e 200 milioni di euro per drenare fiume e torrenti, bonificare i territori a rischio frane, ripulire i corsi d’acqua (che avrebbe un buon esito al nord) e controllare le falde acquifere. Una cifra importante ma congrua per uno Stato responsabile e democratico come dovrebbe essere l’Italia. Nel disastro però c’è anche un aspetto naturale (anche se assai dibattuto negli ambienti scientifici): la tropicalizzazione (tra l’altro molto sentito qui al Sud). Precipitazioni concentrate e violente danno il colpo di grazia alla nostra poco efficiente rete drenante, amplificate anche dallo scioglimento delle nevi.
La periodicità di questi eventi ci insegna ad imparare dal passato?
Direi proprio di no. Non si parla più né dell’esondazione del lago Massaciuccoli, né della terrificante frana di Giampilieri, avvenute solo un anno fa, o delle 180 frane calabresi del febbraio scorso o dell’inondazione di Soverato del 2001. Ma non guardiamo neanche al futuro: il Nord-Est è sito di grandi flussi migratori, dovuti alla crescente e notoria richiesta di manodopera a basso costo, che implementeranno un’espansione edilizia già abbastanza sfrenata. La politica sa bene che costruire un ponte sospeso sullo stretto è molto più ingraziante e proficuo della tutela del suolo.
Nello specifico, i suoi studi si rivolgono ai fenomeni idrogeologici del meridione. Per avere una visione d’insieme, ce ne può parlare?
Viviamo in un pezzo di Terra tra i più idrogeologicamente pericolosi, perché l’Arco Calabro (il crinale montuoso che ci attraversa) “cresce”. Se al Nord bastano semplici operazioni di pulizia fluviale, qui da noi la situazione è più complicata: la deriva dei continenti ha fatto sì che negli ultimi diecimila anni le nostre montagne crescessero nell’ordine di 2 mm all’anno (un valore altissimo)! L’adeguamento dei versanti, sommato all’effetto delle precipitazioni abbondanti, che ne consegue produce una grande quantità di detriti che moltiplicano il rischio frane. Se si tiene anche conto del modo con cui modifichiamo l’ambiente, si può affermare tranquillamente che in Calabria tutti i disastri avvenuti finora sono sempre stati dei disastri annunciati. Si parlava di Soverato: sull’argine del corso d’acqua che la lambisce, ne 2001 c’era eretto un camping. Il dirupamento di Cavallerizzo (la parte crollata del paese era costruita su una frana precedente), il caso Vibo Valentia del 2006 (con la ferrovia e le strutture turistiche erette senza raziocinio) e l’alluvione di Tropea (dove la costruzione di un depuratore ha “incanalato” un fiume e 70mm d’acqua, precipitazione copiosa ma non eccezionale) allungano l’elenco. Le ultime vere calamità in Calabria risalgono al ’71-’73 (come l’alluvione di Timpa Grande nei pressi della Sila, con ben 500 mm d’acqua caduta). Tutto questo con il più alto numero di forestali d’Italia.
Quanto è importante per lo Stato italiano avere degli enti competenti “periti” (come voleva Platone nella sua Repubblica)?
La recente chiusura al ministero dell’ente per la difesa del suolo penso sia abbastanza sintomatico. C’è una cattiva cultura nazionale delle malleverie. Cito, il caso di guido Bertolaso. Non è strano che un medico, anziché un geologo o un ingegnere, anche se abile nella gestione logistica, occupasse il vertice più alto della Protezione Civile? Non siamo mica in Africa con epidemie da debellare. L’Italia è un paese geologicamente giovane e incoscientemente giovane.
Di Nicolò Pisani _ da “Fatti al Cubo”, giornale indipendente dell’Università della Calabria

domenica 28 novembre 2010

lo Spirito di Rivolta _ Émile Armand


Le “organizzazioni” che si qualificano rivoluzionarie rimproverano agli individualisti antiautoritari di tenersi generalmente in disparte dall’azione rivoluzionaria qual è comunemente intesa: manifestazioni di piazza, incitamenti, sommosse, guerra civile –di non condividere i propositi che muovono i partiti cosiddetti avanzati allorché si accende una scaramuccia tra “borghesi” e “proletari”- di non collocarsi né da un lato né dall’altro della barricata allorché rumoreggia l’insurrezione, e di attendere da semplice spettatore che il conflitto giunga ala fine. Gli individualisti da parte loro affermano che, isolati od associati, la professione delle loro opinioni implica la resistenza, la rivolta allo stato permanente, che l’individualismo incarna in sé lo spirito della ribellione, d’insottomissione, d’irriducibilità nella maniera più profonda, più energica, più durevole, più permanente, più vera, infine.  […]         

È esatto che gli individualisti considerano con precauzione ed esaminano con la più grande attenzione le manifestazioni rivoluzionarie che si producono in seno agli ambienti umani nei quali essi vivono. È esatto altresì che essi non si lasciano abbagliare né dalla facciata esteriore e dalla bandiera che si sventola, né dagli appelli sonori e sentimentali cui ricorrono i condottieri di folle per farsi seguire dai loro greggi. Essi si dimostrano conseguenti alle loro opinioni allorché desiderano sapere, anzitutto, a profitto di chi o di che si produce o si svolge un dato movimento rivoluzionario.

Inoltre a torto si rimprovera loro di nutrire una non so quale ostilità pregiudiziale contro la forza: ad essi che aspirano a rendere forte ciascuna unità umana senza monopolio o privilegio speciale. Per la verità, non è contro la forza, contro l’energia che si erigono gli individualisti; al contrario, è un tratto caratteristico delle loro rivendicazioni il veemente desiderio di vedere l’essere umano affermarsi forte e vigoroso, intellettualmente come moralmente, dal punto di vista fisico come dal punto di vista psichico. Non è contro la forza che essi si pongono, ma bensì contro l’autorità, la coercizione, l’obbligazione, delle quali la violenza è un aspetto, il che è tutto differente.[…]

Gli individualisti sono del parere che una qualunque trasformazione dell’ambiente – sia essa d’ordine intellettuale, etico, economico, politico, od altro – non può o non ha probabilità di prodursi realmente se essa non è preceduta da un’intensa azione di propaganda, destinata  a preparare i componenti dell’ambiente in questione alla modificazione o al rivolgimento che sta per aver luogo ed a metterli così in grado di prendere posizione. In altri termini, gli individualisti non concepiscono un’azione rivoluzionaria senza una preliminare educazione e iniziazione dell’ambiente ove essa dovrà svolgersi […].

Aver compiuta la propria rivoluzione individuale, vuol dire essersi sbarazzati il più e meglio possibile delle influenze che pesavano sul proprio io ed essersi così rivelato a se stesso; vuol dire, una volta liberatosi dal gioco delle influenze ereditarie, dell’educazione e delle tradizioni sociali, o in ogni caso dopo avervi lottato contro, essersi fatta, forgiata, una concezione personale della vita; vuol dire ancora possedere la piena conoscenza delle proprie passioni, dei propri slanci […].

È stato affermato che gli individualisti anarchici negano alla violenza un qualunque valore educativo: che le negano una qualsiasi utilità pratica nella soluzione dei conflitti che pongono di fronte gli uomini o le collettività. L’impiego della violenza nulla risolve: esso è un segno di superiorità bruta, un procedimento assolutamente contro-individualista, poiché richiede l’impiego della autorità fisica. E’ stato ugualmente affermato che la sola forma dia azione rivoluzionaria riconosciuta tale dagli individualisti antiautoritari sarebbe la tattica speciale chiamata comunemente “resistenza passiva”.

La “resistenza passiva” è un atto di ribellione o un’insieme di azioni insurrezionali che si estrinsecano non per mezzo di manifestazioni di piazza né con la sommossa, né con la lotta armata; che, in altre parole, ripudiano il metodo della violenza per affermarsi, e non si basano, in alcun caso, sull’eccitazione superficiale e passeggera delle moltitudini. La resistenza passiva, che si può impiegare per ogni specie di obbiettivi, suppone l’educazione e la iniziazione preliminare di coloro che la impiegano a preferenza di tutte le altre tattiche rivoluzionarie.

Si può, ad esempio, senza innalzare barricate, astenersi da ogni attività, da ogni lavoro, da ogni funzione che implichi il mantenimento o il consolidamento di un dato regime imposto, rifiutarsi di pagare delle imposte o delle tasse destinate al funzionamento di istituzioni e di servizi dei quali si contesta l’utilità e la necessità, dei quali si combatte il concetto informatore stesso: dal dazio consumo alla imposta “del sangue” voluta dalla guerra. Si può rifiutarsi di mandare i propri figlioli alle scuole dello stato il cui insegnamento si giudica tendenzioso, unilaterale, pernicioso alla formazione e allo sviluppo della propria progenitura.

Si può rifiutarsi di utilizzare come medici o come professori coloro che sono tali grazie soltanto ad un diploma ufficiale. Si può rifiutarsi di rispondere ai commissari, ai giudici, ai magistrati delle assisi, dei tribunali, delle corti di giustizia civili, correzionali o criminali. Si può rifiutarsi di obbedire, di conformarsi ad un decreto, ad una legge, ad una ordinanza che si considera come contraria alle opinioni che si professano od alla propria concezione della vita. Si può rifiutarsi di lavorare per un salario che si giudica troppo basso o per un numero di ore quotidiane che si considera troppo elevato. Si può erigersi contro tutte le specie di pretese e di usurpazioni sociali, governative, amministrative, giuridiche, che si considerano tali da portare un colpo decisivo alla autonomia dell’unità umana in generale o della propria personalità in particolare.

Si supponga che un movimento a base di “resistenza passiva” si svolga su grande scala; non più attuata dietro l’ordine di capi o di “leader”, ma studiato, premeditato, deciso individualmente da ciascuno di coloro che vi prendono parte; si supponga di un movimento di resistenza passiva parziale o generale, applicato ad uno qualunque degli esempi succitati; che potrebbe fare,              - domandano gli individualisti – contro questo sciopero silenzioso, ma deciso, contro questa “astensione”, uno Stato, un governo, una dittatura qualunque?
[…]

Chi non si accorge che la resistenza passiva, che l’astensione, preparata, maturata, praticata scientificamente, avrebbe ben altra portata, ben altro valore di un’agitazione chiassosa, tumultuosa, irriflessiva, trascinante nei suoi gorghi, volenti o nolenti, una folla di seguaci pronti a fuggire al primo serio ostacolo, gli uni perché si sono lasciati trascinare non osando andare contro corrente, gli altri perché mai avevano pensato a tutte le conseguenze che potevano derivare da uno sciopero che si prolungasse un poco? […]

venerdì 26 novembre 2010

Che fine ha fatto il ruolo civile del sapere _ di Angelo Nizza


I nostri giorni registrano la perdita del valore sociale della formazione universitaria italiana. L’ultimo a ricordarlo è stato Umberto Eco in un articolo pubblicato su repubblica.it il 15 ottobre (Il Paese dei dottori laureati al parcheggio). Il nostro sistema educativo poggia più sulla quantità, che sulla qualità: il raggiungimento dei crediti conta più della possibilità di conoscere e approfondire certi contenuti. A detta di Eco vige un palese sbilanciamento che premia, si fa per dire, chi fa di più e non chi fa meglio. La principale conseguenza, che è anche il peggiore dei mali, è avere un’istruzione aritmetizzata, che bada al calcolo della proporzione esatta tra numero di pagine da studiare, ore di insegnamento e peso didattico complessivo espresso in cfu. Non si va oltre questo rapporto e, dunque, ogni significato qualitativo legato all’apprendimento viene meno. Decisivo è che ad essere danneggiato risulta, soprattutto, il ruolo politico del sapere. Con “politico”, o con ogni altra declinazione di questo termine, non deve intendersi una determinata professione contemporanea, almeno in questa sede. Bensì, alla maniera greca, “politica” riguarda la città, il luogo in cui abito, l’ambiente che mi circonda. “Ruolo politico del sapere” vuol dire, quindi, riconoscere alla conoscenza un ruolo pratico, una funzione concreta, che si confronti con i fatti del mondo e non si rinchiuda dentro estratte esegesi. È questa la dote civile che l’ accademia sta perdendo. Troppo attenta a far quadrare le tabelle, l’università dimentica che là fuori c’è una vita che aspetta di essere vissuta. Il resto è notizia di questo mese: il governo si è accorto di non avere i soldi e ha rinviato il Ddl Gelmini. C’è chi dice menomale. Ma il dramma è un altro. E che la paradossale presa in giro a riguardo ad una riforma prima annunciata, quindi contestata, poi emendata, contestata di nuovo e alla fine lasciata in sospeso per mancanza di risorse. Questa è l’importanza strategica, civile e politica, della ricerca e dell’alta formazione in Italia. Tuttavia, il resto non è solo questo. Infatti, rilevare la perdita del ruolo civile del sapere all’interno delle mura accademiche ha generato la nascita di scuole e festival dedicati a questa o quella branca del sapere. Eventi di piazza, che portano la scienza, la letteratura e la filosofia fuori dai canali tradizionali. Un solo esempio, che appartiene alla Calabria. Quest’estate si è tenuta la prima edizione della Scuola di filosofia di Roccella Jonica, dal titolo “Riflessi del presente: individuo vs. politica.”. Sono intervenuti Mario Alcaro, Pietro Barcellona, Giuseppe Cantarano e Ida Dominijanni. Il punto su cui sono convenuti è stato quello di affermare l’importanza del carattere pubblico della conoscenza, che non deve indietreggiare di fronte al mondo, ma prenderlo in carico. Poco male. L’augurio è che l’esperienza roccellese continui e si rafforzi, guardandosi dallo spettacolarizzare i suoi dibattiti. Quanto all’università: forse, non è ancora sicuro, il decreto mille proroghe tirerà fuori i soldi. Ma, ecco il dubbio: in quelle ore incalzeranno già i preparativi per il cenone di Natale. Meglio aspettare la befana.
(da "Fatti al Cubo", giornale indipendente dell'Università della Calabria)

domenica 21 novembre 2010

Autogestione e cooperazione _ di Roberto Ambrosoli


Dall'epoca dei "probi pionieri di Rochdale", il movimento cooperativo ha fatto innegabilmente parecchia strada, ma ha perso, nel contempo, buona parte del mitico alone che lo circondava agli inizi della sua storia. È diventato un elemento determinante nell'economia tardo-capitalista, ma ha smarrito nelle pieghe della sua espansione le speranze di progresso sociale, di emancipazione, di libertà, che un tempo aveva saputo suscitare. Ma un grande movimento, dalle origini così nobili, non vive solo nella propria potenza economica. Ha bisogno anche di una giustificazione ideale, di una "filosofia" con cui presentarsi in pubblico per chiedere apprezzamento e consenso. Ed è così che la cooperazione tende oggi, in armonia col mutare dei tempi e dei gusti, a ricostruire la propria immagine interna alla concezione autogestionaria, legittimando con essa il proprio solido, non conflittuale inserimento nel "sistema". La cooperazione, si dice, è un esempio concreto di "autogestione realizzata", un canale immediatamente accessibile, non relegato nel domani dell'utopia, verso cui può indirizzarsi proficuamente la crescente domanda di autogestione che caratterizza la nostra epoca. Per la verità, una tradizione propriamente autogestionaria, nel senso di una consapevole attenzione per i problemi della partecipazione decisionale, manca nel movimento cooperativo. Questo, piuttosto, ha sempre proposto come proprio elemento caratterizzante l'associazionismo mutualistico, cioè l'associarsi per la realizzazione ed il godimento del vantaggio economico derivante da tale associazione e non altrimenti ottenibile. In altri termini, una cooperativa esiste in quanto un gruppo di persone riunisce i propri strumenti produttivi, siano essi capitali (denaro e/o prodotti) o lavoro o entrambi, ma lo scopo di ciò è la ripartizione, in ultima analisi, del profitto dell'attività economica associata, e non, necessariamente, la gestione egualitaria degli strumenti stessi. Cionondimeno, la rivalutazione in chiave autogestionaria della cooperazione parte proprio da questa concezione. I soci, si afferma, si trovano ad essere, in quanto tali, accomunati da un medesimo interesse, e possono quindi partecipare paritariamente all'organizzazione della produzione: il mutualismo garantisce la diffusione tra i soci dell'attività imprenditoriale, il che permette nei fatti, anche se non programmaticamente, la loro autogestione. Perché una tale impostazione sia valida, è per lo meno necessario, oltre ad una verifica della dichiarata "uguaglianza" tra i soci, che i soci stessi siano le uniche figure presenti all'interno delle cooperative. In effetti, i moderni teorici della cooperazione tendono spesso a "scontornare" la figura del socio dal contesto generale in cui è inserita, in modo da farla apparire come preminente: le cooperative sono fatte di soci, quindi l'organizzazione della produzione non può essere che funzione, espressione, del loro associarsi, quali che siano le modalità tecniche con cui viene esercitata. Anche quando si ammette che tale situazione ideale non è sempre pienamente realizzata, e si riconosce la necessità di migliorare la qualità della partecipazione sociale alla vita dell'impresa, la struttura cooperativistica è comunque considerata adatta all'accoglimento di queste istanze autogestionarie: una struttura certamente imperfetta, ma perfettibile, che può essere utilizzata nel suo insieme, per la costruzione di quell'autogestione "concreta" di cui si è detto. Tutto ciò è ben lungi dall'essere vero. Al contrario, è nostra opinione che la struttura attuale della cooperazione sia esattamente antitetica all'autogestione. Nelle note che seguono, cercheremo di dimostrarlo, con un esame forzatamente generale, ma realistico, di tale struttura.

La divisione del lavoro
Al di là delle attribuzioni moderne, l'ambizione tradizionale della concezione cooperativistica è sempre stata l'abolizione degli effetti disegualitari del profitto capitalistico, perseguita attraverso l'equa ripartizione dell'utile conseguente all'associazione dei mezzi di produzione. A tale ripartizione è stata affidata tutta la "carica" egualizzatrice della cooperazione. Si può già obiettare che ripartizione "equa" non è necessariamente sinonimo di "ugualitaria". È noto infatti che il vantaggio mutualistico realizzato, viene normalmente suddiviso tra i soci in modo proporzionale al valore (variamente calcolato) dei mezzi di produzione conferiti, confermando, e non eliminando, le eventuali disuguaglianze iniziali. Ma da ciò possiamo anche prescindere, visto che quest'ultime sono frequentemente poco accentuate e noi abbiamo accettato di abbandonare l'utopia per restare nel campo del "possibile". Resta però il fatto che non è, appunto, possibile ridurre la problematica della produzione alla sola considerazione del profitto. Vi sono anche, con buona pace degli apologeti del mutualismo, i problemi connessi con la divisione del lavoro, ché produrre non significa solo tenere i costi al di sotto dei ricavi, ma anche esecuzione tecnica, commercializzazione, amministrazione, e via dicendo. In altri termini, il vantaggio mutualistico (il profitto) non è frutto esclusivo dell'associazionismo, del conferimento alla cooperativa di un certo quantitativo di strumenti produttivi, ma comporta, per realizzarsi, una serie di attività "pratiche", manuali e intellettuali, senza le quali, a fine anno, non ci sarebbe alcun vantaggio da ripartire, equamente o egualitariamente che sia. La composizione interna della cooperativa, quindi, non è affatto omogenea: accanto alla funzione del socio in quanto tale, conferitore di mezzi di produzione, altre funzioni sono necessarie, ben differenziate tra loro, tanto da far ritenere improponibile l'affermazione che nelle cooperative "sono tutti soci". Tali funzioni possono essere anche svolte da soci (nonostante ciò, nella realtà, accada con sempre minore frequenza) ma questo non ha nulla a che vedere con una presunta preminenza della figura del socio sulle altre. Di conseguenza, la verifica delle possibilità autogestionarie della cooperazione non può essere limitata all'esame dei rapporti tra i soci, né l'associazionismo può essere considerato l'elemento caratterizzante di essa. La "natura", autogestionaria o meno, della cooperazione risulta invece dall'insieme dei rapporti organizzativi che vengono ad instaurarsi tra le varie funzioni che concorrono alla creazione del vantaggio mutualistico, cioè, appunto, dal modo con cui viene affrontato il problema della divisione del lavoro. A tale proposito, possiamo osservare che l'ideologia cooperativistica, tutta centrata sulla mutualità e quindi tesa a privilegiare l'importanza dei rapporti tra i soci, non ha in sé elementi originali per affrontare la divisione del lavoro, la quale appare, anzi, spesso riguardata con nessuna attenzione. Ed è così che, lasciata a se stessa, l'organizzazione della produzione cooperativa risulta indipendente dai principi mutualistici, e prende una strada che con essi non ha nulla a che vedere.

Ma c'è la tecnocrazia aziendale
Le operazioni tecniche e amministrative che, successivamente al momento associativo, devono essere espletate per la creazione del vantaggio mutualistico, si realizzano concretamente in una struttura aziendale, la quale rappresenta la cooperativa fisicamente intesa. Essa, nel suo complesso, ha la funzione di "gestire" gli strumenti produttivi conferiti dai soci, si tratti di procedure alla trasformazione tecnica dei beni, alla loro commercializzazione diretta, all'organizzazione del lavoro fornito dai soci (nelle cooperative di lavoro), o anche alla pura e semplice amministrazione. Nelle prime forme di cooperazione, tale struttura era generalmente poco rilevante, essendo limitate le manipolazioni da eseguire sui beni conferiti, ed essendo il vantaggio mutualistico, il più delle volte, realmente frutto principale dell'associazione, della messa in comune degli strumenti produttivi. Non così oggi, come è noto. L'espansione gigantesca delle cooperative si è realizzata attraverso il potenziamento di questa che abbiamo chiamato la "gestione" dei beni conferiti dai soci, aumentando le trasformazioni, espandendo l'area dell'intervento commerciale, appaltando lavori di vasta portata. Sicché la struttura aziendale cooperativa è diventata qualcosa dall'apporto produttivo determinante, organizzativamente complessa e anche fisicamente estesa. Inoltre, nelle cooperative del buon tempo antico il funzionamento della struttura aziendale era affidato ai soci stessi, dimodochè il momento associativo veniva praticamente a confondersi con la gestione. Al contrario, l'azienda cooperativa moderna conta in buona parte sul lavoro di personale "dipendente", non proveniente dai soci, sia per quanto riguarda le mansioni intellettuali che per quelle manuali, il che significa che i soci sono estranei a questa struttura dalla quale, dipende la ragion d'essere del loro associarsi. Diciamo subito che, quand'anche ciò non avvenisse, e le operazioni di gestione fossero interamente eseguite da soci, le cose non cambierebbero, poiché ognuno potrebbe controllare solo una frazione della gestione, a causa della sua complessità. Il fatto è che la struttura cooperativa resta qualcosa di separato dai soci in quanto tali, non avendo la gestione nulla a che vedere col momento associativo. I soci esplicano ed esauriscono la propria funzione attiva, il proprio "fare i soci", solo nel momento in cui conferiscono alla cooperativa i mezzi di produzione stabiliti: da quando questi ultimi vengono "catturati" dalla struttura aziendale, l'iter a cui vengono sottoposti (in fondo al quale c'è il vantaggio mutualistico) non è più determinato dall'associazionismo, dall'esser soci, ma è funzione esclusiva del funzionamento della struttura, della gestione, Il vantaggio mutualistico percepito diventa così una sorta di "regalo" della struttura, sul quale l'essere socio non ha potere di condizionamento, non dissimile in ciò dal dividendo passivamente percepito dall'azionista di una società per azioni. La struttura aziendale assolve dunque, nei fatti, la funzione imprenditoriale che la concezione mutualistica vorrebbe, invece, egualitariamente distribuita tra i soci: reperisce gli strumenti produttivi (quelli conferiti dai soci ed altri eventualmente necessari), li coordina in modo "intelligente", trasformando l'ammasso bruto dei beni in produzione economicamente redditizia. Tale funzione è ben lungi dall'essere anonima e impersonale (e quindi, presumibilmente innocua, ai fini del potere). Nella realtà, infatti, la struttura aziendale cooperativa ha un'organizzazione piramidale, formata, al vertice, da una tecnocrazia aziendale e via via, al di sotto di essa, della schiera stratificata degli esecutori delle sue decisioni. È questa tecnocrazia che esercita concretamente la funzione imprenditoriale espropriata ai soci dalla struttura aziendale, e ciò avviene proprio in virtù dell'assetto organizzativo piramidale, che delega le decisioni ai vertici dell'azienda. Si può quindi sostenere che la struttura aziendale cooperativa si configura come un organismo finalizzato non alla pura e semplice gestione tecnica del mutualismo, ma all'esercizio di un potere tecnocratico sul mutualismo, di un potere che si realizza privando i soci della loro capacità decisionale. Ciò è dimostrato anche dalla mancanza di adeguate istituzioni organizzative disponibili ai soci per esercitare il proprio controllo sulla gestione della cooperativa. Di fronte alla sempre minore trasparenza delle operazioni di gestione, per la crescente complessità ed articolazione di esse, i soci hanno soltanto l'Assemblea, ritualmente convocata, per interpretare e valutare le scelte aziendali. Essa è l'unico punto ufficiale di contatto organizzativo tra il momento associativo e la gestione, e si riduce pertanto ad una ratifica passiva delle decisioni della tecnocrazia aziendale, fenomeno del quale esiste ormai un'ampia documentazione. A nostro giudizio, qui sono chiaramente visibili i limiti della concezione mutualistica, per quanto riguarda la partecipazione decisionale. Come si è detto, il mutualismo non possiede elementi per determinare, in modo a sé funzionale, l'organizzazione della produzione. Quest'ultima, lasciata alla propria "spontaneità", tende ad assumere un assetto gerarchico, basato sulla divisione del lavoro. È questa divisione del lavoro che espropria gli associati della propria autonomia decisionale, condizionando il mutualismo anziché esserne condizionata.

Una piramide con tanti gradini
Il quadro che abbiamo delineato non è necessariamente sempre generalizzabile. Esistono ancora, infatti, piccole cooperative dove si realizza un'accettabile approssimazione di partecipazione ugualitaria alle decisioni, nonostante l'esistenza di una struttura aziendale formalmente gerarchica. Ma ciò non toglie validità alle considerazioni fatte, poiché in esse la partecipazione è consentita solo dalla semplicità delle operazioni di gestione, non da un assetto organizzativo ad essa finalizzato. Conosciamo tutti, d'altronde, la vita stenta che queste organizzazioni di modeste dimensioni conducono, e come siano continuamente sollecitate ad ingrandirsi (attraverso il potenziamento o la fusione) per poter sopravvivere. Ed è proprio man mano che l'espansione dimensionale si realizza, che l'assetto gerarchico, inizialmente innocuo, va esplicitando la sua opera disugualizzatrice ed "eterogestionaria" , fornendo la trama intorno a cui si tesse il potere di una embrionale, e poi consolidata, tecnocrazia. Ma quand'anche, per avventura e miracolo, ciò non avvenisse, il discorso continuerebbe a non cambiare nella sostanza. Perché l'esproprio decisionale dei soci non è preparato esclusivamente all'interno delle cooperative, ma anzi, è soprattutto dall'esterno di esso che si realizza il controllo dell'associazionismo mutualistico. L'espansione del movimento cooperativo, infatti, non è avvenuta soltanto attraverso la dilatazione produttiva delle singole aziende, ma è stata caratterizzata dall'instaurarsi di una serie di rapporti, sempre più complessi e intrecciati, tra le cooperative stesse. In altri termini, sono venuti a crearsi livelli superiori di aggregazione organizzativa, il cui massiccio potenziamento è, ad un tempo, causa ed effetto dell'attuale rilevanza economica della cooperazione. Formalmente, i vari gradini della piramide sono anch'essi cooperative, come quelle che ne costituiscono la base. Si parla infatti di cooperative di secondo grado (la parte intermedia della piramide), quando i "soci" sono cooperative vere e proprie, e di terzo grado (il vertice, cioè le Centrali) che derivano dall'associazione delle precedenti. Nella realtà, le cose stanno diversamente, perché mentre negli organismi di primo ordine la creazione e il godimento del vantaggio mutualistico, ancorché condizionato, come si è visto, dalla struttura di gestione, costituisce lo scopo e il presupposto dell'associarsi, qui (se si eccettuano i gradini più bassi della piramide, cioè i consorzi e le associazioni locali) non esiste un vero e proprio conferimento di strumenti produttivi da sottoporre ad ulteriore elaborazione tecnico-economica. La funzione effettiva dei livelli medio-alti delle organizzazioni di secondo e terzo ordine è, invece, di coordinamento e controllo delle cooperative di primo ordine associate. Non siamo, cioè, in presenza di una mutualità di secondo o di terzo ordine, ma di una struttura che serve a dare le indicazioni per l'esercizio della mutualità di primo ordine. Una struttura, dunque, che è un "prolungamento" della gestione, non dell'associazionismo: questi livelli superiori di aggregazione esprimono e realizzano l'esigenza delle tecnocrazie aziendali (che controllano la gestione) di esercitare con maggiore efficienza il proprio potere, coordinando le proprie attività in modo da sfruttare più razionalmente la potenzialità produttiva fornita dai soci. Lo prova il fatto che, mentre nell'associazionismo di primo ordine il socio-individuo resta estraneo alla gestione (esaurendo il suo rapporto con essa nel conferimento dei mezzi di produzione) qui il socio-cooperativa non si limita ad una passività decisionale, ma entra a far parte della struttura superiore, in posizione gerarchicamente subordinata: accetta cioè di attenersi alle decisioni che vengono prese ai gradini più elevati della piramide e che, peraltro, sono prese proprio in previsione di tale attitudine esecutiva. È sempre l'assetto piramidale presente nelle singole aziende che consente ciò: la fedeltà alle decisioni dei vertici dell'organizzazione è garantita, a livello di cooperativa, dal monopolio delle decisioni che i dirigenti della cooperativa posseggono. Insomma, la gestione dei mezzi di produzione forniti dai soci, cioè l'attività imprenditoriale ad essi espropriata, viene globalmente esercitata da questa super-struttura dirigenziale, i cui funzionari costituiscono, nel loro complesso, la tecnocrazia cooperativa. I dirigenti delle cooperative (in quanto tali) rappresentano solo l'ultimo livello di essa, ancora a contatto diretto con gli aspetti concreti della produzione. Ma, man mano che si sale verso la sommità della grande piramide, verso i dirigenti delle Centrali, si osserva facilmente come le funzioni svolte siano sempre più schiettamente manageriali, di pura direzione, nel senso decisionalmente più ampio del termine. L'espansione del movimento cooperativo è, nella realtà, l'espansione di questa tecnocrazia. Il movimento cooperativo possiede oggi una capacità di intervento economico, di interlocuzione diretta con la classe politica, in una parola una potenza all'interno della società tardo-capitalista, che non è frutto della mera dilatazione del mutualismo (anche se per tale viene fatta passare), quanto della disponibilità operativa della struttura dirigenziale, vale a dire della possibilità di avere "ai propri ordini" una schiera sterminata, operosa ed obbediente di aziende cooperative. Tale disponibilità, da un lato consente alla tecnocrazia della cooperazione di proseguire l'estensione della propria rilevanza sociale, dall'altro relega il mutualismo, con le sue pretese autogestionarie, nel limbo della dipendenza e dell'emarginazione decisionale.

Al servizio dell'autogestione
In conclusione, crediamo di aver delineato abbastanza chiaramente come la cooperazione, anche facendole grazia di approssimazioni e limitazioni, non sia affatto in grado, nel modo con cui oggi è attuata, di accogliere e interpretare la domanda di autogestione. Al contrario, essa dimostra di essere organizzativamente impostata sui principi dell'eterogestione e a ciò finalizzata. Eterogestione che, pur non essendo voluta dal mutualismo stesso, in quanto resa possibile dall'incapacità di questo di generare una ricomposizione egualitaria della divisione del lavoro. L'accettazione della divisione del lavoro fa del mutualismo uno strumento passivo al servizio delle dirigenze tecnocratiche. Così stando le cose, ogni forma di proposta autogestionaria, ogni offerta di partecipazione decisionale dei soci, si trasforma, in seno al movimento cooperativo, in cogestione asimmetrica tra dirigenti e diretti, non risultando mai messa in discussione l'esistenza e le competenze della struttura di controllo. Tutto ciò è inevitabile? Non è, cioè, possibile concepire una diversa "applicazione" del mutualismo, tale da riflettere i propri teorici principi di solidarietà e collaborazione sull'organizzazione della produzione, sì da "modellarla" in senso, magari parzialmente, ma genuinamente autogestionario? Così formulata, secondo l'ottica dei mutualisti ad oltranza, la domanda non può avere che una risposta negativa, per le considerazioni fin qui fatte. Cionondimeno, non si può negare che l'associazionismo offra alcuni vantaggi non indifferenti, come mezzo per il superamento di forme di produzione antieconomica, per aumentare il potere contrattuale di fronte ai grandi complessi produttivi e/o sociali, per migliorare le condizioni di lavoro o la qualità dell'esistenza. Vantaggi propri dell'associazionismo, e non necessariamente utilizzabili per la sopraffazione e l'esercizio del potere. In altri termini, l'associazionismo potrebbe diventare uno strumento per la costruzione, qui e subito, dei nuclei di collaborazione popolare, capaci di opporsi validamente ai condizionamenti della società tardo-capitalista. Ma perché ciò accada, è necessario che sulla concezione mutualistica si innesti una vigorosa concezione organizzativa ugualitaria, che preveda e impedisca gli effetti perversi della divisione gerarchica del lavoro. L'autogestione non può essere creata nel mutualismo, deve essere reperita altrove. Ma una volta trovata, può convivere con esso: la cooperazione potrebbe diventare una sorta di "cornice istituzionale" all'interno della quale realizzare, in un mondo ancora nemico e violento, l'autogestione concreta, il massimo possibile di partecipazione decisionale. Allora, forse, l'associazionismo potrà "servire" all'autogestione, nel senso di permettere l'attuazione di una pratica organizzativa che altrimenti non avrebbe vera rilevanza sociale.

sabato 20 novembre 2010

Un grande utopista contemporaneo _ di Silvia Ferbri


La mattina dello scorso 30 luglio, nella sua casa a Burlington nel Vermont, è morto per una malattia cardiaca Murray Bookchin, uno dei pionieri del movimento ecologico, tra i fondatori dell’Istituto per l’Ecologia Sociale del Vermont, una delle voci più ascoltate della controcultura americana e della New Left, pensatore anarchico e utopico, forse l’ultimo grande utopista dei nostri giorni. Ma per l’originalità, la vastità e la libertà del suo pensiero, una qualsiasi definizione o collocazione appare limitata o fuorviante. Recentemente si è sentito parlare ben poco di lui e delle sue idee, così come si è letto, e quindi scritto, ancora meno. Eppure l’ampiezza del suo corpus teorico, la lucidità e la coerenza della sua analisi, la forza delle sue proposte non solo avrebbero meritato e meritano ben altra considerazione, ma esprimono a tutt’oggi un’attualità, una tensione verso il futuro che andrebbero tutt’altro che trascurate o considerate fuori moda. La sua è una proposta di radicale alternativa sociale, economica, politica, volta alla costruzione di una nuova società autenticamente libertaria. La sua analisi parte da lontano, dalle radici della gerarchia e del dominio che ancora ci portiamo dentro, ed esplora i percorsi dell’umanità, spaziando dall’antropologia alla storia delle religioni, dalla filosofia al pensiero politico, dalla biologia all’economia, attraverso il retaggio del dominio e il retaggio della libertà, gli errori e gli inganni delle ideologie, la periodica comparsa di utopisti che hanno cercato di svegliare le coscienze e di opporsi al corso delle cose, per arrivare ai nostri giorni e lanciare il suo grido di allarme, per mostrarci la necessità e l’urgenza di cambiare rotta. Radicalmente.
La sua è una proposta radicale, ma non irrealizzabile. Le soluzioni parziali non sono più sufficienti, ha sempre insistito Bookchin, come del resto mai sono state; ma affinché una soluzione non sia parziale, non agisca sugli effetti anziché sulle cause, non continui a perpetuare gli stessi errori in un modo e in un contesto solo apparentemente e ingannevolmente diversi, occorre una visione completa e non frammentata, al di là delle costrizioni ideologiche e politiche, una visione non miope della storia, dei rapporti umani, del rapporto tra l’uomo e la natura. Occorre la conoscenza approfondita della nostra storia, di che cosa sono realmente e di quando e come si sono formati dominio e gerarchia, e la comprensione e la convinzione che è da lì che dobbiamo partire, dalla dissoluzione di ogni forma di dominio, di coercizione e subordinazione, per poter costruire una società autenticamente libertaria. Nessuno di noi è del tutto immune da quella mentalità gerarchica che si è inserita profondamente in ogni aspetto della vita sociale e personale, nella nostra sensibilità più profonda, al punto che ci è quasi impossibile vederla; e quando l’abbiamo riconosciuta nelle istituzioni sociali, politiche, economiche, non siamo stati in grado di combatterla perché la nostra lotta era incompleta e inconsapevole, perché la nostra visione era limitata, perché la direzione era distorta. Periodicamente qualcuno si è avvicinato molto. Gli esempi non mancano. E questo significa che non tutto è perduto (…).

Contro la gerarchia e l’oppressione
In cosa consiste la sua teoria sull’ecologia sociale, quali sono le sue proposte per la realizzazione di una società ecologica e autenticamente libertaria? Difficile riassumere il suo pensiero in così poco spazio, ma quello che ci preme ricordare è l’importanza della sua analisi e delle sue riflessioni sull’emergere della gerarchia e del dominio, le cause prime di tutte le forme di oppressione. Il dominio dell’uomo sull’uomo nasce prima del dominio dell’uomo sulla natura, che ne è la conseguenza. La gerarchia e l’oppressione nascono prima delle classi e dello stato, e non sono inevitabilmente connesse allo sfruttamento economico o alla dominazione politica. Le strategie di comando e obbedienza, con il passare del tempo si sono sempre più professionalizzate e organizzate, fino all’affermarsi degli stati nazionali, del capitalismo, alla definitiva scomparsa degli antichi legami comunitari, della politica attiva e della cittadinanza, per arrivare all’inganno delle democrazie rappresentative, all’alienazione e all’isolamento degli attuali agglomerati urbani, al disastro ambientale ed ecologico.
Qualunque cambiamento, secondo il suo pensiero, passa dall’abolizione di ogni forma di dominio. Ma per poter ottenere ciò, occorre che ciascuno di noi esplori e comprenda la storia del dominio, come si è inserito in ogni aspetto della vita umana, come si è subdolamente insinuato nelle ideologie, nei movimenti, nei partiti politici, così come è fondamentale non dimenticare tutti coloro che, nei vari tempi, hanno cercato di opporsi e di risvegliare le coscienze; tutti coloro che hanno provato ad esercitare la libertà, senza farci sviare dal loro fallimento. Ciò che caso mai deve sorprenderci, e incoraggiarci, è il periodico riproporsi di questi coraggiosi tentativi: la conclusione di Bookchin è che dentro gli esseri umani esiste concretamente la possibilità di vivere una vita autenticamente libera. Le cose sono andate in questo modo, ma potevano andare altrimenti, ciò che esiste attualmente non è sempre esistito e una svolta è sempre e ancora possibile. Non per tornare indietro, ma per ripartire da oggi con la consapevolezza che ancora ci manca.

Lavorare su noi stessi
Gli stati, massima espressione e professionalizzazione del potere, dell’oppressione, del monopolio della violenza e dell’espropriazione degli individui dei loro valori, delle loro aspirazioni, del loro sentire, dei loro legami comunitari, del loro diritto a partecipare in prima persona alle scelte che riguardano la loro vita e l’ambiente che li circonda, sono un fatto relativamente recente nella storia. C’è sempre stata una resistenza, a volte molto forte, al loro imporsi. E ancora esiste nel più profondo del nostro essere. Non abbiamo perso definitivamente la capacità di prendere in mano le nostre vite, di autogestire i diversi aspetti del vivere comune, nel dialogo, nel rispetto e nell’accrescimento reciproco. Ci sono esempi molto recenti e significativi di esperienze in questo senso, basti pensare al comunismo libertario e al sindacalismo anarchico durante la guerra di Spagna. L’invito di Bookchin è a proseguire su questa strada, partendo dalla situazione attuale, continuando a sperimentare in prima persona la libertà, facendo tesoro delle esperienze passate e continuando a ricordare, a studiare, a dialogare e confrontarci.
Lavorando su noi stessi e insieme agli altri, per eliminare via via ogni residuo di sensibilità gerarchica e autoritaria in tutti gli aspetti delle nostre vite. Senza farci ingannare da chi maschera abilmente il suo desiderio di potere (o di asservimento) dietro un falso tentativo di cambiare le cose restando dentro il sistema, le istituzioni e le logiche che invece vanno definitivamente aboliti. Bookchin ci parla di democrazia e azione diretta (che non devono essere solo strategie o tattiche limitate a una situazione contingente, ma una vera sensibilità, un modo di vivere), di municipalismo libertario, di economia municipale, di confederalismo. Di disintegrazione dello stato e di ogni forma di potere e di controllo, dal basso, senza aspettare illusori crolli del sistema capitalista o senza affidare questo compito a una qualche classe economica. E dei veri significati delle parole «ragione», «giustizia», «libertà», «uguaglianza», della distinzione tra felicità (soddisfacimento dei bisogni) e piacere (realizzazione dei desideri). Dell’importanza della soggettività e del valore delle differenze, per realizzare un’autentica «unità nella diversità». Il suo pensiero ci rimanda ai fondamenti dell’eco-anarchismo di Kropotkin e ai grandi ideali illuministici di ragione, libertà, forza emancipatrice dell’istruzione di Malatesta e Berneri. Proviamo a rileggerlo, a riflettere e confrontarci su quanto ha detto e scritto. E non solo per commemorarne la scomparsa.

Silvia Ferbri

venerdì 19 novembre 2010

L'ambizione alla velocità...


"Mi venivano delle riflessioni sulla lentezza degli esseri umani a piedi rispetto alle loro necessità o alle loro ambizioni di spostamento. Pensavo che qualsiasi altro animale ha un rapporto più equilibrato tra la propria velocità e l’estensione del territorio di cui ha bisogno o voglia. Pensavo a come si muove rapida una formica attraverso una stanza che per lei è grande quanto la distesa dei pascoli lo era per me; e a come per converso è contento un bradipo di starsene quasi fermo sui rami del suo albero a mangiare foglie. (…) Pensavo a tutti i panzoni e le culone e le magrette secchette e i tozzi inquartati che si sentivano nobili e agili come centauri e amazzoni mentre mi venivano dietro su zampe altrui; me li immaginavo a piedi come me, schiacciati dalla pressione atmosferica e limitati dalla pretesa di camminare eretti, umiliati dai loro stessi corpi. (…) Pensavo a quanto la storia degli esseri umani è stata influenzata dal desiderio di affrancarsi da questa frustrazione di fondo, in una linea ossessiva che ha portato grado a grado all’addomesticamento dell’asino all’invenzione della ruota alla scoperta della staffa alle orde barbariche dell’Asia alle crociate all’invasione delle Americhe al motore a scoppio alle guerre mondiali al turismo di massa al dominio delle macchine alla cementificazione del mondo alla sua distruzione progressiva. Mi chiedevo come sarebbero andate le cose se la nostra specie avesse avuto in dotazione una velocità naturale più gratificante: se avremmo fatto meno danni o invece ancora di più; se la lentezza era un tentativo patetico della natura di tenere a freno le nostre tendenze aggressive e devastatorie."

(dal romanzo "nel momento", Andrea De Carlo)

sabato 13 novembre 2010

Autogestione: cos'è, cosa significa


Principi
Secondo i principi dell’autogestione, i lavoratori\lavoratrici e le individualità in generale, si impossessano dell’attività gestionale ed economica di un’azienda\scuola\edificio, promovendo la cooperazione e la creatività dei singoli individui. L’amministrazione di queste strutture autogestite è generalmente basata sul consenso e sulla democrazia diretta; la sua origine concettuale definisce molto semplicemente i compiti di ognuno, che devono esseri sviluppati con il coinvolgimento diretto di quante più persone possibili.
Ogni individualità partecipa associativamente, e in egual misura, alla gestione amministrativa: condivisione di rischi e benefici, autofinanziamento, autoproduzione, distribuzione diretta ecc.
Secondo questo modello autogestionario il lavoro è collettivo e anche la proprietà lo è, inoltre lo sviluppo locale è necessariamente sostenibile per poter dar seguito coerentemente ai propri principi, determinando generalmente lo sviluppo di economie su piccola scala (micro negozi, cooperative, ecc.).
L’autogestione non è compatibile con altre tradizionali forme economiche (che i principi dell’autogestione ritengono tanto ingiuste quanto inadeguate), poichè non esiste alcuna figura di "padrone" né di lavoratori subordinati ad altri, e non si deve confondere con modelli apparentemente similari che, nonostante propongano il controllo operaio sulla produzione, mantengono la gerarchia e il controllo esterno dell’organismo autogestito (per es. da parte di un burocrate, partito, sindacato ecc.); non si deve confondere con la co-gestione, in cui il proprietario gestisce l’organismo avvalendosi del contributo dei lavoratori a cui spetta una parte del profitto.
Efficienza dell’impresa autogestita
L’economia autogestionaria pone allo stesso livello l’efficienza economica e la gratificazione umana, ritenendole entrambe essenziali per lo svolgimento dell’attività lavorativa.
I critici (burocrati, funzionari e capitalisti) ritengono che interpellare ciascun lavoratore per ogni questione aziendale significhi perdere tempo prezioso. L’autogestione invece attribuisce grande importanza al capitale umano, ritenendo che il potere d’agire deve essere messo in mano a ciascuna individualità, congiuntamente agli altri suoi compagni. Secondo i principi della democrazia diretta, applicati ad un’azienda autogestita, i lavoratori devono esprimersi congiuntamente, mediante assemblee pubbliche, solamente se le questioni riguardino tutta l’azienda, mentre i singoli e specifici problemi della stessa devono essere risolti dai lavoratori competenti di quel determinato settore.
Il sistema capitalistico e quello autogestionario attribuiscono diverso significato alla parola efficienza: per i primi essa ha un valore semplicemente economico, per i secondi ha anche un significato sociale ed umano. Per gli “autogestionari” la strutturazione orizzontale dell’azienda e la responsabilizzazione del lavoratore, posto all’interno di un sistema cooperativistico, rendono l’azienda più efficiente e innovatrice. L’efficienza capitalistica invece determina alienazione e stress perché il lavoratore non è in grado di controllare il processo produttivo (processo centralizzato), ma ciò per il capitalista non è molto importante perché il lavoratore viene visto come un semplice strumento di lavoro, il cui valore è assai relativo.
Riferimenti storici
La gerarchia e lo Stato sono un’invenzione relativamente recente, la storia umana per buona parte del suo corso si è strutturata su un modello libero e autogestionario.
Come sosteneva Jean-Jacques Rousseau, l'uomo è nato libero ma poi è stato ridotto in catene («L'uomo è nato libero, ma dovunque è in catene»). Molti studiosi, tra cui molti anarchici, ritengono che la libertà autogestionaria dell'uomo è cessata con la scoperta dell'agricoltura, da cui si è sviluppato il nefasto concetto della proprietà privata, del dominio (dell'uomo sulla donna, del ricco sul povero, del forte sul debole, dell'uomo sugli animali ecc.), della gerarchia, del patriarcato ecc.
La storia racconta però episodi in cui l'uomo ha tentato di riprendersi la propria libertà attraverso pratiche autogestionarie.
Esperienze storiche autogestionarie
Le prime esperienze d’autogestione di una certa rilevanza storica sono state quelle sviluppatesi nelle poleis greche, in cui le decisioni politiche venivano deliberate durante le assemblee pubbliche dell’Agorà. Murray Bookchin ha strutturato il proprio pensiero libertario (municipalismo libertario) sulla base dell’esempio democratico ateniese, seppur “limandone”, ovviamente, le incrostazioni classiste dell’epoca che limitavano la partecipazione all’assemblea.
Anche durante l'epoca medioevale, in cui la vita era organizzata intorno ai comuni, si sviluppano strutture associative d'autogestione, anche se, così come nelle polis greche, la libertà delle associazioni era limitata e non piena e assoluta. Secondo Pëtr Kropotkin durante il medioevo vi fu «una forte affermazione dell’individuo, che giunse a costituire la società per mezzo della libera federazione di uomini, villaggi e città. Esso fu anche un’assoluta negazione dello spirito unitario e accentratore romano, con il quale si cerca ancor oggi di spiegare la storia nel nostro insegnamento universitario. Questo movimento non si ricollega ad alcun personaggio storico di particolare rilievo né ad alcuna istituzione centralizzata. Fu uno sviluppo naturale, proprio, come la tribù e la comunità di villaggio, a una certa fase dell’evoluzione umana e non a questa nazione o a quella regione.»
Finalmente nella Comune di Parigi (1871) si tenta, sulla base delle esperienze storiche passate, di rompere gli argini in cui solitamente veniva ristretto il fondamento dell’autogestione, ampliandola a “tutto e tutti”.
Le pubbliche assemblee sono valse come esempio per i marinai di Kronstadt, per gli insorti dell’Ucraina libertaria di Nestor Makhno, per i libertari della Spagna del ‘36, per gli studenti del Maggio 1968 e, più recentemente in Italia, per il cosidetto movimento No TAV, No DalMolin ecc.
Un esempio recente di autogestione lo si é avuto nel 2001 in Argentina con l'esproprio operaio della fabbrica di ceramiche Zanon FaSinpat (ormai l' espoprio è stato riconosciuto legalmente), ancora oggi esemplarmente autogestita dagli operai nonostante i vari tentativi di sgombero da parte delle forze dell' ordine.
Anarchismo e autogestione
Gli anarchici fanno dell’autogestione uno dei principi fondanti del pensiero libertario. Il sistema di Potere attuale, in qualunque forma si presenti, struttura la propria essenza non solo sul controllo e il governo delle risorse, ma anche sul controllo e il governo degli individui. Talvolta questo sistema autoritario è giustificato dagli stessi subordinati, i quali si ritengono incapaci, per via "dell'educazione" volta ad annichilire l'individuo, di gestire autonomamente le proprie esistenze.
La storia dell’umanità, a partire dagli esempi proposti in precedenza, dimostra non solo che l’autogestione è possibile, ma è nella maggior parte dei casi più efficace e valida del sistema basato sulla gerarchia e l'autorità.
L’autogestione inoltre per essere effettivamente tale deve partire “dal basso”, cioè dall’individuo. L'individuo deve essere libero innanzitutto di governare se stesso e quindi di relazionarsi con gli altri mediante libere associazioni.
L’autogestione tuttavia non deve necessariamente limitarsi nei ristretti ambiti dell’individuo o dell’associazione, ma può essere estesa in un contesto più ampio mediante relazioni tra i comuni o le associazioni, realizzabili attraverso il federalismo.

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